avviso di accertamento per antieconomicità

AVVISO DI ACCERTAMENTO PER ANTIECONOMICITÁ

Un comportamento antieconomico si caratterizza per essere irragionevole e non congruo rispetto all’attività di impresa e al Fisco le imprese antieconomiche non piacciono.

QUANDO SI HA UN COMPORTAMENTO ANTIECONOMICO?

Si ha un comportamento antieconomico se:

  • Sostieni spese per beni gratuitamente devolvibili alla clientela per un ammontare importante e senza produrre alcuno studio o un piano industriale da cui possa emergere l’utilità in futuro dell’acquisto.
  • Ricorri a finanziamenti di ammontare così elevato da comportare perdite di esercizio.
  • Sono presenti perdite rilevanti per quattro esercizi consecutivi, senza che la contribuente abbia fornito le ragioni che hanno inciso negativamente sulla propria attività. Vengono utilizzate percentuali di ricarico inferiori rispetto alla media del settore unita ad una persistente perdita di esercizio negli anni di riferimento.
  • È presente un elevato costo del lavoro, peraltro progressivamente aumentato in modo inversamente proporzionale al trend degli utili, tendente al ribasso. Sono presenti utili di esercizio irrisori per 5 annualità consecutive accompagnati ad un ricarico sulle vendite pari ad un quinto di quello normalmente applicato. Viene manifestata un’evidente sproporzione tra risultato economico dell’impresa e il costo dei fattori produttivi.

In presenza di tali circostanze il Fisco presume che dietro tale condotta, sebbene formalmente inappuntabile, possano celarsi fenomeni di elusione o di evasione.

AVVISO DI ACCERTAMENTO PER ANTIECONOMICITÁ: CHE COSA SUCCEDE IN QUESTI CASI?

Se l’Ufficio qualifica una condotta come “antieconomica”, secondo quanto appena descritto, può procedere a rideterminare il reddito imponibile del contribuente attraverso un accertamento induttivo, ossia basato su presunzioni e senza necessità di fornire prove “certe” di una effettiva e conclamata evasione d’imposta.

L’assunto di partenza è che l’imprenditore tende a massimizzare il proprio profitto. Comportamenti chiaramente antieconomici, e in aperto contrasto con questo principio, consentono all’Ufficio di

presumere l’esistenza di costi fittiziamente gonfiati o maggiori ricavi occultati.

Per sorreggere l’accertamento, il quadro indiziario può essere fondato anche solo su presunzioni semplici purché siano gravi, precise e concordanti.

SE VIENE ACCERTATO UN COMPORTAMENTO ANTIECONOMICO, COME PROCEDE L’AGENZIA DELLE ENTRATE?

L’Agenzia delle Entrate notifica un accertamento:

– con cui nega la deducibilità fiscale di quelle spese giudicate contrarie alla logica imprenditoriale perché ritenute non inerenti;

– ricostruisce il reddito imponibile sulla base di presunzioni, quando l’incongruità afferisca lo svolgimento dell’intera attività di impresa.

È un tuo onere provare che il comportamento antieconomico sia giustificato da ragioni diverse dall’elusione o evasione di imposta.

COSA PUÓ FARE IL CONTRIBUENTE PER DIFENDERSI?

Il contribuente per difendersi deve provare le ragioni per cui ha realizzato il comportamento apparentemente antieconomico, dimostrando che esso non è l’effetto di violazioni tributarie sottostanti. Fai attenzione però!

In questa situazione, le scritture contabili, pur formalmente corrette, non sono di alcuna utilità; infatti, esse sono considerate inattendibili proprio perché danno atto di un contrasto con i criteri di ragionevolezza e logicità imprenditoriale, a causa dell’antieconomicità del comportamento del contribuente.

In un sistema tributario che agevola l’Ufficio nella formazione della prova e nella emissione di avvisi di accertamento fondati su presunzioni, è assolutamente opportuno che il contribuente tenga traccia delle ragioni che lo hanno spinto a compiere scelte che appaiono non sorrette da una ferrea logica economica.

Ciò può avvenire, ad esempio, attraverso la conservazione di scambi di e-mail, verbali dei consigli di amministrazione specificamente tenuti, minute di riunioni straordinarie o studi strategici.

La mera prova delle spese sostenute, fatture passive, contabili bancaria, non è sufficiente a tal fine. Solo in questo modo il contribuente potrà validamente opporre all’Agenzia i motivi delle proprie scelte e, a volte, del proprio insuccesso imprenditoriale.

Se pensi di aver adottato o di adottare un comportamento antieconomico, contatta subito gli esperti di 4tax e affidati a loro per la risoluzione migliore del tuo problema con il Fisco.

Se ti interessa questo argomento guarda il video

redditometro

REDDITOMETRO: DI COSA SI TRATTA?

Il Redditometro è lo strumento con cui si individuano gli elementi indicativi di capacità contributiva sulla base dei quali possono scattare i controlli fiscali.

COME FUNZIONA IL REDDITOMETRO?

L’obiettivo del redditometro, come lo è quello del PNRR, è quello di ridurre quella dilagante evasione che i più miti metodi di compliance non riescono a mitigare.

L’Agenzia delle Entrate può determinare sinteticamente il reddito del contribuente sulla base della sua capacità di spesa: se c’è uno scostamento del 20% fra reddito dichiarato e spese sostenute possono scattare i controlli.

redditometro
Redditometro

QUALI VOCI VENGONO CONTROLLATE?

Per quanto riguarda gli elementi di spesa indicativi di capacità contributiva e contenuto induttivo, l’elenco delle voci di spesa analizzate dal Fisco, indicate nella Relazione illustrativa sul decreto MEF con il dettaglio completo e le regole operative, sono riconducibili alle seguenti macro-categorie:

Consumi (generi alimentari, bevande, abbigliamento e calzature; abitazione; combustibili ed energia; mobili, elettrodomestici e servizi per la casa; sanità; trasporti; comunicazioni; istruzione; tempo libero, cultura e giochi; altri beni e servizi)

Investimenti (immobiliari e mobiliari); risparmio

Spese per trasferimenti

Il dettaglio delle diverse voci di spesa è dunque ampio, spaziando dai beni di largo consumo, a quelli per mutuo, affitto, utenze e collaboratori domestici.

COME DIFENDERSI DAL REDDITOMETRO?

L’accertamento può scattare nel caso in cui le spese superino del 20% il reddito dichiarato.

Nel momento in cui scatta un accertamento da determinazione sintetica, puoi dimostrare che le spese sono state affrontate con:

– Redditi diversi da quelli posseduti nel periodo d’imposta

– Redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte o legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile Redditi di soggetti diversi dal contribuente

Risparmi

Puoi provare, inoltre, che le spese attribuite hanno un diverso ammontare. In caso di accertamento sintetico, inoltre, il giudice deve procedere con la valutazione analitica delle prove presentate in giudizio dal contribuente (cfr.: Corte di Cassazione, Ordinanza n. 5504 del 21 febbraio 2022) senza limitarsi a giudizi sommari, ma riferendosi ai documenti utilizzati nel corso del processo.

Se anche tu temi di poter essere una vittima del redditometro, contattaci e trova la soluzione migliore per risolvere il tuo problema con il Fisco!

HAI UN CONTO CORRENTE? ATTENZIONE AGLI “EXTRA”!

Vi è la convinzione, abbastanza diffusa, secondo cui il controllo del conto corrente possa avvenire solo per professionisti e imprese. In realtà questa è una convinzione sbagliata. L’Agenzia delle Entrate può controllare i conti correnti di tutti.

Conti correnti

Se prima i controlli dell’Agenzia delle Entrate riguardavano soprattutto i conti correnti di aziende e di imprenditori stai molto attento ora perché anche tu potresti subire una verifica fiscale sul tuo conto corrente.

La Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 18254 del 2022 ha dichiarato che anche i dipendenti potranno essere chiamati a chiarire quei versamenti di dubbia natura che non sono stati inseriti nella dichiarazione dei redditi.

In altre parole, con questa pronuncia, viene data la possibilità all’Amministrazione di attribuire, in prima battuta, natura reddituale ai versamenti sui conti correnti bancari che non siano giustificati. Sarà poi obbligo del contribuente dimostrare la diversa provenienza di quei fondi.

QUANDO POSSONO SCATTARE I CONTROLLI?

I controlli vengono attivati quando il contribuente effettua spese superiori al 20% del reddito dichiarato o quando vengono mossi importi superiori ai 5000 euro.

Viene ritenuto sospetto anche l’atteggiamento di coloro che accumulano denaro sul conto corrente senza prelevare. In questo caso potrebbe essere lecito sospettare che l’origine delle sussistenze possa essere denaro non dichiarato.

Ad essere giustificate non sono solo le uscite, ma anche le entrate se si tratta di versamenti importanti.

Non solo, da poco l’Agenzia delle Entrate si avvale anche di Vera, un’Intelligenza Artificiale. Questa traccia qualsiasi tipo di dato effettuato sul conto corrente del contribuente. Attenzione quindi ai movimenti sul conto potresti essere chiamato a giustificarli!

Nessun controllo è previsto invece per i prelievi in contanti; in questo caso potrebbe essere la Banca a chiedere al cliente di giustificare in forma scritta l’utilizzo di quel denaro.

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Se vuoi scoprire di più sui controlli operati dal Fisco guarda il video.

avviso bonario

AVVISO BONARIO: LA GUIDA PER IMPRENDITORI

Sarà sicuramente capitato a te o a qualche tuo conoscente di aver ricevuto un avviso bonario. Cosa facciamo di solito in questi casi?

Entriamo subito nel panico e cominciamo a temere il peggio perchè non sappiamo cosa fare o come gestire la situazione.

avviso bonario
Avviso bonario

COS’È L’AVVISO BONARIO?

Con questo avviso, chiamato anche comunicazione di irregolarità, l’Agenzia delle Entrate informa il contribuente dell’esito del controllo fiscale automatizzato, segnalandogli errori di compilazione della dichiarazione o eventuali irregolarità nell’esecuzione dei versamenti.

L’invio di questo atto crea un rapporto diretto tra Fisco e contribuente che può, da questo momento in poi, sanare la sua posizione evitando successive iscrizioni a ruolo e cartelle esattoriali. Questo avviso, quindi, non è un atto privo di conseguenze.

È necessario, anzi tenere gli occhi aperti.

Cosa si rischia in effetti?

Sicuramente dovrai pagare la maggiore imposta richiesta nell’avviso, oltre alla sanzione per ritardato o omesso versamento (pari al 30% dell’imposta richiesta) e gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo. Tutte queste somme ti saranno richieste con una cartella di pagamento.

Cosa conviene fare, quindi, quando ricevo dal Fisco un avviso bonario? Ci sono quattro alternative:

– pagare quanto richiesto con uno “sconto” immediato sulle sanzioni

– chiedere all’Ufficio di annullare, in autotutela, l’avviso bonario se ritieni che la richiesta non sia corretta

– non fare nulla e aspettare, sapendo che, in quest’ultimo caso, il Fisco provvederà all’iscrizione a ruolo del debito inviando una cartella esattoriale con le sanzioni in misura piena; Infine in presenza di errori dell’avviso bonario puoi procedere con la presentazione di un ricorso.

Se hai dubbi e non sei esperto in materia, il nostro consiglio è quello di rivolgerti sempre a professionisti esperti in grado di aiutarti a risolvere la situazione scegliendo la soluzione migliore per il tuo caso. Per rimanere sempre aggiornato in materia tributaria visita il nostro blog.

Se vuoi conoscere di più sull’argomento guarda il video.

preavviso iscrizione ipotecaria

PREAVVISO DI ISCRIZIONE IPOTECARIA

Il preavviso di iscrizione ipotecaria è una comunicazione che deve essere inviata al contribuente almeno 30 giorni prima dell’iscrizione dell’ipoteca stessa poiché, in caso contrario, la misura è considerata illegittima, e può essere dunque annullata con ricorso al giudice.

QUANDO SI PUÒ INVIARE IL PREAVVISO DI ISCRIZIONE IPOTECARIA?

Il debito scaduto deve superare i 20 mila euro e devono essere trascorsi almeno 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento senza che questa sia stata saldata o sia stata fatta richiesta di

rateizzazione.

COME SI PUÒ RISOLVERE?

Ci sono diversi modi per risolvere un preavviso di iscrizione ipotecaria.

Chi riceve un preavviso di iscrizione di ipoteca e vuole evitare il passo successivo, ovvero la sua effettiva iscrizione, ha come percorso privilegiato quello di presentare subito una istanza di rateizzazione.

In altri termini, il contribuente deve procedere immediatamente con il domandare una rateizzazione del proprio debito, poiché così facendo il Fisco non potrà più iscrivere ipoteca. Fa eccezione il caso in cui la richiesta sia stata rigettata o il debitore sia andato incontro alla decadenza dal beneficio della rateazione, perché non ha rispettato i termini della stessa.

Riportare il debito sotto i 20 mila euro

Un secondo modo per poter evitare l’iscrizione dell’ipoteca è quella di pagare una parte del debito in modo tale che la passività torni al di sotto dei 20 mila euro.

Pagando una parte del debito in maniera spontanea, con un versamento che l’Agente della Riscossione non può rifiutare, è possibile ricondurre il debito al di sotto della soglia utile a ex Equitalia per procedere all’iscrizione dell’ipoteca. Si tenga conto, in tal proposito, che l’importo dei 20 mila euro si riferisce al credito complessivamente da riscuotere, e che può dunque accadere che l’ipoteca si riferisca a crediti di diversa natura.

Impugnare il preavviso di ipoteca

Una terza strada per cercare di evitare l’iscrizione dell’ipoteca è quella di impugnare il preavviso di ipoteca.

Il contribuente, per esempio, può fare ricorso al giudice se ritiene che il preavviso di ipoteca faccia riferimento a cartelle di pagamento che il debitore lamenta di non avere mai ricevuto in precedenza.

Nel corso della causa, l’agente della riscossione avrà l’onere di produrre i documenti che dimostrano l’avvenuta notifica. Nelle more del giudizio, e su espressa richiesta del contribuente, il giudice potrebbe concedere la sospensione del provvedimento di iscrizione di ipoteca.

In sintesi, per poter evitare l’iscrizione dell’ipoteca si può principalmente procedere per tre vie alternative, da valutare caso per caso:

  • Richiesta di rateazione
  • Pagamento spontaneo per ricondurre il debito sotto 20 mila euro
  • Ricorso al giudice impugnando il preavviso di revoca, ad esempio, per la mancata notifica delle cartelle di pagamento.

Se sei interessato fissa un appuntamento per una specifica consulenza presso lo studio di 4tax.

Se vuoi conoscere di più su questo argomento guarda il video.

PIGNORAMENTO PRESSO TERZI DA PARTE DEL FISCO

Il pignoramento presso terzi è uno strumento che l’Agenzia delle Entrate- Riscossione utilizza per agire nei confronti di quei contribuenti che non pagano le imposte richieste attraverso le cartelle esattoriali, ovvero attraverso un’intimazione di pagamento.

Pignoramento presso terzi

COME PUÓ UTILIZZARE QUESTO STRUMENTO L’AGENZIA DELLE ENTRATE?

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione può utilizzare il pignoramento diretto dello stipendio, della pensione o del conto corrente senza dover avvisare il debitore e intimando direttamente al terzo di corrispondere le somme dovute.

L’Agenzia delle Entrate, quindi, può ricorrere a questa speciale forma di pignoramento dando ordine ad esempio alla banca o al datore di lavoro di bloccare, per poi versarli direttamente all’Agenzia, i soldi che sarebbero spettati al debitore in quanto correntista o lavoratore.

Un procedimento come questo non è certo una cosa da poco ed è bene correre ai ripari il più presto possibile e trovare una soluzione. Per questo motivo è importante che tu tenga bene a mente questi aspetti.

QUALI ASPETTI DEVI CONSIDERARE IN QUESTO CASO?

L’assenza di un procedimento giudiziale

Nel pignoramento non è necessaria l’autorizzazione del giudice per l’assegnazione al creditore delle somme pignorate. Diversamente dal pignoramento ordinario, in cui è il giudice, previa verifica dei titoli e della regolarità della procedura, ad assegnare le somme pignorate al creditore.

Nel pignoramento previsto dall’art. 72-bis D.P.R. 602/73, invece, è il Fisco, al posto del giudice, ad ordinare direttamente al terzo, banca o datore di lavoro, di corrispondere a proprio favore le somme pignorate, il debitore non viene citato in Tribunale e non è necessario alcun provvedimento di assegnazione emesso dal giudice.

La banca o il datore di lavoro che ricevono il pignoramento, quindi, devono pagare direttamente all’Agenzia delle Entrate le somme dovute dal debitore.

I limiti al pignoramento dei crediti derivanti da lavoro

Il pignoramento presso terzi da parte dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione prevede dei limiti al pignoramento dei crediti da lavoro. In particolare, lo stipendio, e ogni altro credito da lavoro, potrà essere pignorato nei limiti di:

1/10 per importi fino a 2.500 euro

1/7 per importi superiori a 2.500 euro e non superiori a 5.000 euro; 1/5 per importi superiori a 5.000 euro

Deve essere indicato con esattezza il dettaglio dei crediti.

La Corte di Cassazione ha stabilito che: «Il pignoramento presso terzi dell’Agenzia delle Entrate è nullo se non è indicato il dettaglio dei crediti».

SI PUÓ PRESENTARE UN RICORSO CONTRO QUESTO PIGNORAMENTO ?

Sì, è possibile proporre ricorso.

Per questo è importante rivolgersi ad un consulente preparato, ma ricorda hai di regola solo 20 giorni per opporti, davvero poco tempo se consideri che decorrono dalla data della notifica dell’atto al terzo.

Contestualmente al deposito del ricorso sono necessarie alcune cautele, come, ad esempio, chiedere la sospensione dell’esecuzione del pignoramento anche senza contraddittorio e, in caso di accoglimento da parte del Giudice, si procederà a notificare il provvedimento all’Agenzia delle Entrate. Per rimanere sempre aggiornato in tema di materia fiscale visita il nostro blog.

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pignoramento fisco

Pignoramenti da parte del Fisco: come difendersi!

I pignoramenti da parte del Fisco sono, senza alcun dubbio, le azioni che maggiormente preoccupano un imprenditore o un contribuente perché privano lo stesso dei suoi beni.

Non tutti i pignoramenti sono uguali, esistono diverse forme che comportano azioni e conseguenze differenti.

pignoramento fisco
Pignoramenti da parte del Fisco

QUANTI TIPI DI PIGNORAMENTO ESISTONO?

I pignoramenti da parte del Fisco possono avvenire con metodi diversi, vediamoli nello specifico.

PIGNORAMENTI DA PARTE DEL FISCO

Pignoramento presso terzi

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha la facoltà di attivare un pignoramento su beni detenuti da soggetti terzi, ovvero può ordinare al terzo debitore, che può essere la Banca o il Datore di Lavoro, di pagare il credito direttamente all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, fino a concorrenza del credito.

Il pagamento da parte del terzo dovrà avvenire nel termine di 60 giorni dalla notifica dell’atto di pignoramento per le somme maturate prima della notifica dell’azione esecutiva, mentre le restanti somme dovranno essere pagate secondo le scadenze indicate.

Nel caso in cui il terzo pignorato sia un soggetto detentore di crediti pensionistici, come ad esempio l’Inps, considerata la particolarità degli stessi l’Ente tributario dovrà obbligatoriamente instaurare una procedura di espropriazione dinanzi al Giudice dell’Esecuzione del Tribunale competente.

Pignoramento del conto corrente

Si tratta di una forma di pignoramento che non può avvenire a insaputa del debitore; in questo caso il Fisco ha l’obbligo di comunicare alla banca che la pratica sta per iniziare e la stessa avvisa il contribuente del procedimento in corso e gli impedisce di prelevare altro denaro dal conto corrente.

Il debitore ha a disposizione 60 giorni di tempo per prendere una decisione su come pagare il dovuto. Passati i 60 giorni, se il contribuente non effettua nessuna azione, gli viene pignorato il conto corrente.

Pignoramento dei beni immobili

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione può procedere con il pignoramento immobiliare solo se l’importo complessivo del debito del contribuente supera i 120.000 euro.

Pignoramento immobiliare

L’Agenzia delle Entrate-Riscossione può procedere al recupero coattivo del credito attraverso un pignoramento solo se le cartelle esattoriali siano state notificate correttamente.

L’istituto ha l’obbligo di allegare all’atto di pignoramento, ed in generale a tutti gli atti relativi al procedimento di esecuzione, le cartelle di pagamento, gli avvisi di addebito o gli avvisi di accertamento esecutivo presupposti.

L’obbligo nasce dalla necessità di garantire il corretto esercizio del diritto di difesa e dalla necessità di rendere comprensibili le somme poste alla base della richiesta finanziaria.

Se anche tu ti trovi in questa situazione o temi che ci siano dei rischi, non aspettare!

Rivolgiti subito agli esperti di 4tax, ti guideranno verso la soluzione migliore del problema.

Se vuoi sapere di più sui pignoramenti da parte del Fisco guarda il video!

Intelligenza artificiale vera

EVASIONE FISCALE: ECCO VERA!

Vera, acronimo di “verifica dei rapporti finanziari”, è uno strumento finalizzata a contribuire alle analisi del rischio di evasione fiscale basate sui dati dell’Archivio dei rapporti finanziari. In pratica è intelligenza artificiale, che coadiuverà i funzionari dell’Agenzia delle Entrate (ADE) nella lotta all’evasione fiscale.

Vera

COME FUNZIONA VERA?

Vera utilizza i dati presenti nella Anagrafe tributaria e le informazioni comunicate dagli operatori finanziari all’Archivio dei rapporti finanziari.

Vera consentirà, quindi, l’incrocio fra i dati dell’archivio dei rapporti finanziari con le altre informazioni delle quali l’amministrazione finanziaria è in possesso.

In altri termini, i dati delle app di pagamento potranno essere incrociati con tutti gli altri dati già in possesso dell’ADE per valutare se le operazioni effettuate dal contribuente sono in linea con i rediti che ha dichiarato.

In estrema sintesi, si tratta di un programma analizza i dati per “targettizzare” i potenziali evasori sulla base delle informazioni lasciate sul web.

Vera verrà quindi utilizzata per predisporre delle liste di contribuenti a rischio che verranno poi inviate alle Direzioni regionali e provinciali. Questo consente alle stesse di indirizzare l’ordinaria attività di controllo nei confronti delle posizioni a più elevato rischio di evasione.

EVASIONE FISCALE: QUALI SONO I CRITERI CHE VERRANNO UTILIZZATI?

I criteri che consentono di indirizzare le attività di controllo fiscale si distinguono in base alla tipologia di contribuente (grande contribuente, imprese di medie e piccole dimensioni e persone fisiche, lavoratori autonomi ed enti non commerciali).

Per le piccole e medie imprese, alcuni indicatori di rischio sono individuabili, ad esempio:

– nell’esposizione di crediti IVA anomali rispetto ai dati economici ovvero alle particolari disposizioni normative di settore (assenza di aliquote differenziate tra acquisto e vendita); nell’effettuazione di acquisti da soggetti che operano in settori economici non coerenti con la filiera produttiva del soggetto;

– nella presenza di un elevato importo dei costi c.d. “residuali”;

– nella presenza di bassa o costante redditività anche a fronte di ricavi in crescita nel tempo.

Uno strumento come questo può determinare un rafforzamento delle tesi dell’AdE come ente “tiranno”.

Si deve sempre tenere presente che buona parte del contenzioso civile pendente avanti alla Corte di cassazione proviene da impugnazioni proposte proprio dall’Agenzia delle Entrate avverso sentenze favorevoli al contribuente.

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istanza di interpello

ISTANZA DI INTERPELLO: COS’E’?

Sei un imprenditore e non sei sicuro che determinate operazioni che vuoi effettuare con la tua impresa siano corrette dal punto id vista fiscale? Sai che c’è un modo per chiedere al Fisco senza correre rischi con l’istanza di interpello?

QUANDO SI UTILIZZA?

L’interpello è uno strumento efficace per evitare e prevenire eventuali contestazioni da parte dell’Agenzia dell’Entrate.

Businessman signing contract.

È uno strumento con cui L’impresa si rivolge all’Amministrazione Finanziaria prima di attuare un comportamento rilevante dal punto di vista fiscale.

All’istanza l’Agenzia delle Entrate risponde fornendo la propria interpretazione della norma e la soluzione corretta per quel caso specifico in un tempo variabile che di norma va dai 90 ai 120 giorni. Attenzione però.

Questa risposta ha effetti solo per l’azienda che ha presentato l’stanza, ma soprattutto, in caso di verifica fiscale, il Fisco non potrà emettere atti impositivi né applicare sanzioni per comportamenti del contribuente che si siano conformati alla risposta fornita nell’interpello.

Attenzione però ad abusare di questo strumento.

Se la risposta all’istanza di interpello da parte dell’Agenzia dell’Entrate non è ritenuta condivisibile, non c’è alcuna possibilità di opporsi.

QUANTI TIPI DI INTERPELLO ESISTONO?

Dopo aver spiegato a cosa serve l’interpello vediamo quanti tipi di interpello ci sono e quando si usano.

INTERPELLO ORDINARIO

Il primo l’interpello ordinario si utilizza quando si hanno dei dubbi di interpretazione circa l’applicazione di una norma nella fattispecie aziendale o rispetto ad un determinato fatto.

INTERPELLO QUALIFICATORIO

Il secondo qualificatorio si utilizza quando l’impresa vuole invece sapere quale normativa fiscale va applicata in merito a fatti come la vendita dell’azienda, la stabile organizzazione o come inquadrare una determinata spesa.

È importante che in questo caso l’azienda fornisca nell’istanza una propria interpretazione dei fatti in quanto se il Fisco non dovesse rispondere entro 90 giorni, il silenzio è da considerarsi confermativo

della soluzione proposta.

Quando uso invece l’interpello probatorio?

Quando l’azienda ha necessità di ricevere chiarimenti in merito ai requisiti e agli elementi richiesti dalla legge per accedere a determinati regimi fiscali agevolati. In questo caso il Fisco deve rispondere entro 120 giorni e, anche qui, in caso di mancata disposta vale il tacito assenso.

Ma le forme di interpello non finiscono qui.

INTERPELLO ANTIABUSO

L’interpello antiabuso viene utilizzato quando si vuole chiedere all’Amministrazione Finanziaria se una determinata operazione effettuata dal contribuente presenti elementi tali da essere considerata abusiva e far decadere i vantaggi fiscali ottenuti dall’azienda.

L’abuso del diritto è quel comportamento che, pur non violando apertamente il contenuto di una norma fiscale, la interpreta in maniera ingiustificatamente favorevole al contribuente, ponendosi in

contrasto con gli interessi che la norma intendeva proteggere.

Con l’interpello anti-abuso, appunto, l’azienda evita di ricevere eventuali sanzioni per comportamenti fiscali scorretti. Anche in questo caso l’Agenzia delle Entrate ha tempo 120 giorni per rispondere.

INTERPELLO DISAPPLICATIVO

L’interpello disapplicativo, infine, è una procedura obbligatoria con la quale una determinata azienda chiede la disapplicazione, al suo caso specifico, di una norma tributaria antielusiva.

Ci sono delle norme tributarie che per prevenire o contrastare i comportamenti potenzialmente elusivi dei contribuenti impongono preventivamente delle limitazioni alle deduzioni, alle detrazioni, ai crediti d’imposta o ad altri diritti del contribuente, senza andare a verificare, di volta in volta, le ragioni di ogni singola condotta.

Se però il contribuente ritiene che nel suo caso il comportamento oggetto di limitazione non sia stato adottato con lo scopo di aggirare le norme fiscali, potrà spiegare le sue ragioni all’Amministrazione con l’interpello e chiedere, appunto, la disapplicazione di quella norma.

Questa è una formula particolare perché in questo caso l’azienda deve provare la sua volontà a non aggirare le norme fiscali, pena l’applicazione di sanzioni dai 2.000 ai 21.000 euro. In caso di risposta negativa da parte del Fisco che deve pervenire sempre entro 120 giorni, l’impresa può presentare un ricorso tributario.

E arriviamo all’ultimo interpello, quello per i nuovi investimenti.

INTERPELLO PER I NUOVI INVESTIMENTI

In questo caso ci si rivolge all’Amministrazione Finanziaria quando l’azienda deve effettuare investimenti in Italia per importi non inferiori ai 15 milioni di e ha dubbi in merito al trattamento fiscale da applicare.

Il Fisco deve rispondere entro 120 gg e qualsiasi atto di natura impositiva emesso in difformità alla risposta contenuta nell’istanza di interpello deve ritenersi nullo.

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ISTANZA DI FALLIMENTO: USI

Non riesci più a pagare regolarmente i tuoi fornitori, le bollette, i dipendenti e temi che questa temporanea difficoltà possa tradursi in uno stato di sistematica insolvenza?La tua esposizione debitoria con il Fisco è così grossa che hai paura di non poter più far fronte a tutti i tuoi creditori e dover procedere con un istanza di fallimento?

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Secondo uno studio realizzato dall’Istat , nel primo trimestre del 2022 si sono registrati aumenti significativi di fallimenti soprattutto nei settori di alloggio e ristorazione (+22,5%) e nelle costruzioni (+16,6%).

Un dato molto preoccupante, che evidenzia la situazione difficile che affrontano le aziende e gli imprenditori italiani in questo momento storico particolare.

Sicuramente l’istanza di fallimento rappresenta il momento più triste e più sofferto per un imprenditore che si ritrova in Tribunale per assistere alla fine della sua azienda.

Ci sono casi, però, in cui è ancora possibile fare qualcosa, ma è necessario che l’azienda si doti di tutti gli strumenti messi a disposizione dal legislatore per intervenire prima che sia troppo tardi.

COS’È UN ISTANZA DI FALLIMENTO?

L’istanza di fallimento è un atto attraverso il quale viene richiesto alla Pubblica Autorità di aprire una procedura fallimentare nei confronti di un determinato imprenditore. Forse ti starai chiedendo se il Fisco può chiedere il Fallimento per debiti fiscali e la risposta è sì!

L’Ente creditore potrà chiedere al Tribunale competente di dichiarare il fallimento della società debitrice.

Per avanzare tale richiesta risulterà sufficiente che l’Agente della riscossione alleghi alla domanda il semplice ruolo esattoriale senza che risulti necessaria la preventiva notifica di un avviso o di una precedente azione esecutiva.

Il Codice della Crisi e dell’Insolvenza, entrato in vigore di recente, ha rivisto verso il basso le soglie oltre le quali l’ente creditore può chiedere l’avvio della procedura fallimentare. Per questo, se la tua azienda si trova in uno stato di crisi con una situazione debitoria oltre 500 mila euro, ti consiglio di agire il prima possibile ed evitare che la situazione precipiti.

Come agire prima che sia troppo tardi?

Esiste uno strumento che può essere utilizzato oggi per ridurre il proprio debito verso il Fisco fino all’80%: il concordato preventivo

Insomma, oggi è possibile prevenire l’istanza di fallimento rinegoziando i debiti dell’azienda con fisco.

In altre parole, la transazione fiscale è quello strumento che permette agli imprenditori che non riescono a onorare le scadenze, di avere un “Piano B” e di ottenere fortissimi sconti per risollevare le sorti dell’azienda.

In un periodo storico in cui ci troviamo ad affrontare la ripresa dei pagamenti con le banche, il periodo di riorganizzazione delle attività dopo il Covid-19, la crisi del conflitto Russia – Ucraina e il conseguente rincaro del costo dell’energia, avere accesso a uno strumento come questo può decretare il salvataggio di un’azienda.

Se sei in una situazione di difficoltà con il Fisco, affidati al nostro team di esperti professionisti in grado di guidarti verso la soluzione migliore per il tuo caso specifico. Per rimanere sempre aggiornato in materia tributaria visita il nostro blog.