redditi esteri

REDDITI ESTERI: SE NON LI DICHIARI, RISCHI!

Redditi esteri, come immobili, conti correnti, attività finanziarie di varia natura, non dichiarati totalmente o parzialmente nel quadro RW della dichiarazione dei redditi? Potresti rischiare un accertamento.

redditi esteri
Redditi esteri non dichiarati

COSA ACCADE QUANDO NON SI DICHIARANO I REDDITI CHE POSSIEDI ALL’ESTERO?

L’Agenzia delle Entrate ogni anno effettua controlli sulla correttezza dei redditi di fonte estera da te dichiarati. Questo tipo di controllo viene effettuato analizzando i dati pervenuti dalle agenzie fiscali degli stati esteri, proprio al fine di sanzionare coloro che, pur detenendo attività reddituali all’estero, non le hanno inserite nel cosiddetto “quadro RW” del modello Unico.

È necessario prestare la dovuta attenzione quando si detengono attività finanziarie in Paesi che possono essere definiti Paradisi Fiscali.

L’omessa indicazione di queste attività nella dichiarazione dei redditi comporta un raddoppio dei termini di accertamento, al fine di consentire all’Amministrazione Finanziaria di avere un prolungamento temporale per l’attività accertativa.

Tale prolungamento dell’azione accertatrice porta con sé una ulteriore presunzione importante, ovvero il fatto che tali attività non dichiarate si presumono costituite con redditi sottratti a tassazione italiana. Le ordinarie sanzioni legate all’omessa o infedele dichiarazione, inoltre, sono raddoppiate come indicato nell’ art. 12, co. 2 D.L. n. 78/09.

In situazioni come queste potresti essere pesantemente sanzionato per aver violato il cosiddetto obbligo di “monitoraggio fiscale”, oltre a permettere all’Amministrazione finanziaria di presumere che i redditi esteri non dichiarati siano stati frutto di evasione (art. 12 del D.L. n. 78/2009).

In questa tipologia di controlli in sostanza, l’Agenzia delle Entrate è legittimata ad avvalersi di un termine di accertamento prolungato, per l’esattezza, raddoppiato!

In sostanza, oggi potresti subire un controllo che potrà “retrocedere” fino a 8 annualità se l’Agenzia delle Entrate riscontra delle incongruenze tra i dati in suo possesso e quelli da te dichiarati

REDDITI ESTERI: LE DIVERSE MODALITÁ DI CONTROLLO MESSE IN ATTO DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE

L’Agenzia delle entrate può effettuare i controlli adottando diversi metodi.

La prima modalità consiste nell’invio di una lettera di compliance, quando il contribuente ha presentato la dichiarazione dei redditi e ha omesso o dichiarato in modo errato redditi di fonte estera

Un altro modo per controllare può avvenire attraverso la richiesta di invito a comparire per instaurare un procedimento di accertamento con adesione quando il contribuente non ha presentato la dichiarazione dei redditi in Italia e ha omesso la dichiarazione dei redditi di fonte estera.

IN CHE MODO PUÓ CONCLUDERSI IL CONTRADDITTORIO CON IL CONTRIBUENTE?

Il contraddittorio con il contribuente può concludersi in tre modi:

  1. Archiviazione per non luogo a procedere, qualora sia emersa l’insussistenza delle condizioni per procedere all’accertamento. In questo caso il contribuente ha prodotto la documentazione utile a far cessare la pretesa del Fisco.
  2. Atto di adesione, qualora il contribuente intenda definire la propria posizione non volendo o non potendo contestare la posizione dell’Agenzia delle Entrate
  3. Atto di accertamento, ove il contribuente non si sia presentato in contraddittorio o non abbia definito l’accertamento con adesione a seguito del contraddittorio.

Se anche tu hai redditi all’estero o non hai una posizione fiscale chiara, rivolgiti subito agli esperti di 4tax che ti guideranno verso la risoluzione migliore del tuo problema con il Fisco.

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Se ti interessa questo argomento guarda il video.

DEBITI FISCALI: COME ESTINGUERLI

Hai dei debiti fiscali e non sai come risolvere?

Spesso le somme richieste da parte dell’Agenzia dell’Entrate ai contribuenti sono così alte che non si riesce a far fronte ai pagamenti; di conseguenza i debiti si accumulano sempre di più nei casi più gravi possono portare al pignoramento dei propri beni.

debiti fiscali

Sappi, però, che esistono delle soluzioni legittime per affrontare e gestire queste situazioni che ti consentono di uscirne e di poter tornare a dormire sonni tranquilli.

QUALI METODI PUOI ADOTTARE PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEI DEBITI FISCALI?

Una prima alternativa, che può essere richiesta sia dai privati che dagli imprenditori o dai lavoratori con partita iva, è la rateizzazione.

Questa soluzione permette di suddividere il debito nel corso degli anni a seconda di quanto dovuto. Sarà l’ufficio a determinare il numero di rate. È un’opzione anche d’emergenza per bloccare eventuali azioni esecutive.

Stai attento perché tra la richiesta di rateizzazione e l’accoglimento della stessa passa talvolta del tempo prezioso.

Per i privati e per tutti i soggetti non fallibili, abbiamo la procedura di sovraindebitamento. È una procedura che deve essere applicata tutte quelle volte in cui vi è uno squilibrio tra il patrimonio liquidabile del soggetto e l’esposizione debitoria. È una procedura che consente, quindi, di abbattere il debito in base alla reale capacità del soggetto di far fronte al residuo mediante al pagamento di rate.

Per le imprese abbiamo la composizione negoziata della crisi di impresa.

La composizione negoziata della crisi di impresa è un percorso riservato e stragiudiziale con il quale il legislatore intende agevolare il risanamento di quelle imprese che, pur trovandosi in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario tali da rendere probabile la crisi o l’insolvenza, hanno le potenzialità necessarie per restare sul mercato, anche mediante il trasferimento dell’azienda o di rami di essa.

CHI PUÓ ACCEDERE ALLA PROCEDURA?

Possono accedere alla procedura di composizione negoziata tutte le imprese iscritte al Registro delle Imprese, comprese le ditte individuali e le società agricole. Il percorso della composizione è esclusivamente di tipo volontario, quindi attivabile solo dalle imprese che decidono di farvi ricorso.

Se hai dei debiti con il Fisco e non sei esperto in materia, affidati ad un team di professionisti in grado di consigliarti il percorso migliore per la tua situazione.

Per rimanere sempre aggiornato in materia tributaria visita il nostro blog e se vuoi conoscere maggiori dettagli su questo argomento guarda il video.

FLAT TAX: PUÓ DIVENTARE UNA TASSA PROGRESSIVA?

In questo periodo si parla di flat tax in Italia. E in molti si chiedono come sarà e se violi davvero la Costituzione.

COSA SIGNIFICA FLAT TAX?

La flat tax è un’imposta con un’aliquota unica per tutti, proporzionale rispetto al reddito complessivo, e nella misura del 15%. Per intenderci è un’imposta che si applica a prescindere dal reddito prodotto.

Se hai un reddito di 10.000, con un’aliquota ad esempio del 10 per cento, pagherai un’imposta pari a 1000. Se hai un reddito da 100.000 euro pagherai 10.000 euro e così via.

Quindi la tassa piatta – la flat tax appunto – non è progressiva e proporzionale rispetto al reddito prodotto. Caratteristiche che invece l’IRPEF attuale ha, nel pieno rispetto della nostra costituzione e dell’art. 53.

L’IRPEF, in qualità di imposta progressiva e proporzionale, cresce o diminuisce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento o alla diminuzione del reddito.

Infatti

fino a euro 15.000,00         23%

da 15.001,00 fino a 28.000,00 euro          25%

da 28.001 fino a 50.000 euro         35%

oltre 50.001 euro      43%

In questo modo il sistema oggi garantisce che i redditi più alti contribuiscano di più al finanziamento dei servizi pubblici (scuole, sanità etc.), non solo perché pagano di più in termini assoluti, ma proprio perché sono tassati con aliquote più alte.

Tutto questi è previsto nell’art. 53 della Costituzione.

Il tema è che la tassa piatta sembrerebbe contrastare con questo principio fondamentale.

E allora come si può risolvere? Ma può diventare progressiva e non essere anticostituzionale?

Probabilmente un modo c’è.

Se si affianca l’aliquota unica per tutti ad un sistema di deduzioni e detrazioni fiscali articolato in base al reddito e alle caratteristiche del nucleo famigliare, la flat tax può diventare compatibile con la progressività.

Sotto una certa soglia, i redditi sarebbero esenti dal pagamento dell’imposta, mentre oltre un certo reddito non ci sarebbe nessuna detrazione, all’interno della forbice, infine, le detrazioni e le deduzioni sarebbero modulate in base a determinati parametri predeterminati che garantirebbero la progressività dell’imposta.

Proprio grazie a questi correttivi si parla di flat tax progressiva che, nonostante l’aliquota fissa, non oltraggerebbe comunque l’articolo 53 della Costituzione. Per rimanere sempre aggiornato in materia tributaria, visita il nostro blog

Trasferimento all’estero: ricordati di iscriverti all’AIRE!

Trasferimento all’estero? Non dimenticarti di iscriverti all’AIRE!

Trasferimento all’estero? Cosa succede se una persona che ha la residenza fiscale in Italia si dimentica di iscriversi all’AIRE? (Anagrafe degli italiani all’estero)

Per il Fisco italiano sei sempre residente in Italia e quindi devi pagare le tasse al Paese.

Chi è fiscalmente residente in Italia?

Sei residente in Italia se per la maggior parte del periodo di imposta sei iscritto nell’anagrafe della popolazione residente, se hai il domicilio ai sensi del codice civile nel territorio dello Stato e hai la residenza ai sensi del Codice Civile nel territorio dello Stato.

Queste casistiche sono alternative, ciò significa che una persona ha la residenza fiscale in Italia solo se soddisfa una delle tre condizioni.

E se nel trasferimento all’estero dimentichi l’iscrizioneall’AIRE?

Per spiegare meglio cosa potrebbe succedere ti faccio un esempio di un caso che abbiamo seguito.

Mario si reca all’estero e si dimenticadi iscriversi all’AIRE.

Il Fisco gli invia un invito a comparire con cui gli chiede le tasse in Italia.

Il cittadino risulta residente fiscalmente in due Stati: in Italia in quando non ha provveduto alla cancellazione all’anagrafe e in Inghilterra dove percepisce un reddito.

Link al video

Come si procede di solito?

Il paragrafo 2 dell’articolo 4 della Convenzione Contro Doppie Imposizioni tra Italia e Regno Unitoafferma che: “Quando (…) Una persona fisica è considerata residente dientrambi gli Stato contraenti (…) Detta persona è considerata residente dello Stato contraente nel quale dispone di un’abitazione permanente“, ovvero nel quale la persona coltiva il centro degli interessi vitali.

Quando una persona fisica èconsiderata residente in entrambi gli Stati contraenti, la sua situazione puòessere determinata secondo differenti modalità.

Quanto la persona dispone di un’abitazione permanente in ciascuno degli Stati contraenti, è considerata residente nello Stato contraente centro degli interessi vitali, ovvero dove possiede relazioni sociali ed economiche.

Nel caso in cui non si può determinare lo Stato contraente nel quale detta persona ha il centro dei suoi interessi vitali e non possiede un’abitazione stabile in nessuno dei due Stati, è considerato residente dello Stato contraente in cui soggiorno abitualmente.

Esiste anche il caso in cui una persona soggiorni abitualmente in entrambi gli Stati contraenti o non soggiorni in nessuno di essi; in questa ipotesi il cittadino è considerato residente dello Stato contraente del quale ha la nazionalità.

Ultima possibilità che può verificarsi è quella in cui la persona ha la nazionalità di entrambi gli Stati contraenti o non ha la nazionalità in alcuno di questi: in tale situazione saranno le autorità degli Stati coinvolti a risolvere la questione di comune accordo.

4. E nel caso di Mario?

Sulla base della normativa convenzionale, abbiamo appurato che Mario disponeva di un’abitazione permanente in UK, centro dei suoi interessi vitali: l’Ufficio, fortunatamente, non gli ha inviato l’accertamento.

Molti imprenditori si sono rivoltia Noi per risolvere in via definitiva il loro debito fiscale.

Se anche tu hai ricevuto un avviso di accertamento e vuoi risolvere definitivamente, annullando o riducendo in modo consistente il debito tributario, contattaci compilando il form che trovi in fondo a questa pagina.

Spese di rappresentanza: la disciplina fiscale!

Prima entrare nel merito delle spese di rappresentanza e del trattamento fiscale da applicare, occorre innanzitutto descrivere di che tipologia di spesa si tratta.

QUALI TIPOLOGIE DI SPESE RAPPRESENTANO?

La disciplina è contenuta nel comma 1 dell’articolo 1 del decreto 19 novembre 2008. Tale norma individua alcune tipologie di spese di rappresentanza, quali:

  • le spese per viaggi turistici durante i quali vengono svolte attività promozionali dei beni e dei servizi oggetto dell’attività dell’impresa;
  • le spese per feste e ricevimenti organizzati nell’ambito di ricorrenze aziendali o per l’inaugurazione di nuove sedi o uffici o stabilimenti;
  • le spese per feste, ricevimenti e altri eventi per mostre o fiere durante le quali vengono svolte attività promozionali beni e i servizi dell’impresa vengono mostrati;
  • ogni altra spesa per beni e servizi distribuiti o erogati gratuitamente, ivi inclusi i contributi erogati gratuitamente per convegni, seminari e manifestazioni.

Spese di rappresentanza deducibili

La disciplina ai fini fiscali delle spese di rappresentanza è delineata nel comma 2 dell’articolo 108 del TUIR.

Sulla base di tale norma, le spese di rappresentanza sono deducibili – se hanno i requisiti di inerenza e congruità stabiliti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 19 novembre 2008 – nel periodo d’imposta di sostenimento.

In particolare, il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 19 novembre 2008, emanato in attuazione del comma 2 dell’articolo 108 del TUIR ha:

  • definito le spese di rappresentanza con un’elencazione esemplificativa;
  • ha fissato un nuovo limite di deducibilità di tali spese sulla base dei ricavi e dei proventi dell’impresa;
  • ha individuato una categoria di spese che – pur non essendo di rappresentanza – sono integralmente deducibili.

Sulla base dell’articolo 1, comma 1, del decreto 19 novembre 2008 le spese di rappresentanza sono deducibili se:

  • sono state effettivamente sostenute e documentate;
  • sono effettuate con finalità promozionali o di pubbliche relazioni;
  • il sostenimento risponde a criteri di ragionevolezza in funzione dell’obiettivo di generare anche potenzialmente benefici economici per l’impresa ovvero sia coerente con pratiche commerciali di settore.

Il requisito principale delle spese di rappresentanza, è da notare, consiste nella “gratuità” dell’erogazione di un bene o un servizio.

INTERPRETAZIONE DELLE SPESE DI RAPPRESENTANZA SECONDO L’AGENZIA DELLE ENTRATE

Tale interpretazione è condivisa dall’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 34/E del 13 luglio 2009. In tale circolare, l’Agenzia delle Entrate ha affermato come “il carattere essenziale delle spese di rappresentanza sia la mancanza di un corrispettivo o di una specifica controprestazione da parte dei destinatari dei beni e servizi erogati”.

Ulteriore requisito previsto dall’art. 1, comma 1, del decreto affinché le spese di rappresentanza siano inerenti è che le stesse perseguano “finalità promozionali o di pubbliche relazioni”.

Secondo l’Agenzia delle Entrate le finalità promozionali consistono nella divulgazione sul mercato dell’attività svolta, dei beni e servizi prodotti, a beneficio sia degli attuali clienti che di quelli potenziali. Le finalità di pubbliche relazioni sono perseguite attraverso tutte le iniziative volte a diffondere e/o consolidare l’immagine dell’impresa, ad accrescerne l’apprezzamento presso il pubblico, senza una diretta correlazione con i ricavi.

Ai fini della “ragionevolezza” e della “coerenza”, la spesa di rappresentanza deve risultare ragionevole in quanto idonea a generare ricavi ed adeguata rispetto all’obiettivo atteso in termini di ritorno economico; ovvero deve essere coerente con le pratiche commerciali di settore.

INCOERENZA DELLE SPESE CON LE PRATICHE COMMERCIALI: COSA SERVE IN QUESTI CASI?

In caso di assenza di pratiche commerciali di settore ovvero di incoerenza della spesa con le stesse, ai fini della deducibilità della spesa di rappresentanza è necessario dimostrarne la ragionevolezza, valutando l’idoneità della stessa a generare ricavi.

L’art. 1, comma 2, del decreto 19 novembre 2008 prevede che le spese di rappresentanza deducibili nel periodo d’imposta di sostenimento, sono commisurate all’ammontare dei ricavi e proventi della gestione caratteristica dell’impresa risultanti dalla dichiarazione dei redditi relativa allo stesso periodo in misura pari:

a)     all’1,3 per cento dei ricavi e altri proventi fino a euro 10 milioni;

b)     allo 0,5 per cento dei ricavi e altri proventi per la parte eccedente euro 10 milioni e fino a 50 milioni;

c)     allo 0,1 per cento dei ricavi e altri proventi per la parte eccedente euro 50 milioni.

Il comma 2 individua un limite quantitativo entro il quale le spese di rappresentanza sono da considerare “congrue” rispetto al volume di ricavi dell’attività caratteristica dell’impresa.

L’art. 108, comma 2, prevede che “sono comunque deducibili le spese relative a beni distribuiti gratuitamente di valore unitario non superiore a euro 50”.

Al riguardo, l’art. 1, comma 4, del decreto 19 novembre 2008 stabilisce che “ai fini della determinazione dell’importo deducibile di cui al comma 2, non si tiene conto delle spese relative a beni distribuiti gratuitamente di valore unitario non superiore a 50 euro, deducibili per il loro intero ammontare ai sensi del terzo periodo del comma 2 del citato articolo 108 del TUIR”.

DISCIPLINA PER L’EROGAZIONE GRATUITA DEI BENI

Al fine di evitare possibili incertezze, è stato precisato che l’importo delle spese relative alla distribuzione o erogazione gratuita di beni di valore unitario non superiore a 50 euro non interferisce con l’importo deducibile in base al comma 2 dello stesso art. 1 del decreto attuativo.

Con riferimento agli omaggi composti da più beni, il valore di 50 euro deve essere riferito al valore complessivo dell’omaggio e non al valore dei singoli beni che lo compongono. Così, ad esempio, un cesto natalizio composto di tre beni diversi che hanno un valore di 20 euro ciascuno, dovrà essere considerato come un unico omaggio dal valore complessivo di 60 euro.

Al riguardo, l’Agenzia delle Entrate ha precisato, in primo luogo, che la nozione di “valore unitario” assume una rilevanza specifica in relazione ai beni c.d. autoprodotti distribuiti gratuitamente, ossia quelli alla cui produzione e/o commercializzazione sia rivolta l’attività propria dell’impresa. In altro modo, infatti, per i beni destinati ad omaggi acquistati da terzi il valore di mercato tendenzialmente coincide con il costo sostenuto.

Spese di rappresentanza: il regime IVA

L’IVA relativa alle spese di rappresentanza – come definite ai fini delle imposte sui redditi (tranne quelle sostenute per l’acquisto di beni di costo unitario non superiore a 25,82 Euro) – non è ammessa in detrazione, in base a quanto stabilito all’articolo 19-bis1, primo comma, lettera h), del D.P.R. n. 633.

Il presente articolo ha uno scopo puramente informativo e non sostituisce l’attività di un avvocato tributarista.

Se hai bisogno di maggiori chiarimenti compila il form di contatto.

Consulenza fiscale: facciamo chiarezza una volta per tutte!

Consulenza fiscale e consulenza tributaria, di che cosa si tratta? Sono la stessa cosa?

In questo articolo vi spiegheremo che cos’è la consulenza fiscale.

Prima di entrare nel merito della questione dobbiamo innanzi tutto spiegare che consulenza fiscale e consulenza tributaria sono la stessa cosa.

Si tratta di due termini differenti con cui ci si riferisce ad una consulenza in materia di fiscalità e tributi (più comunemente chiamati imposte).

1. Consulenza fiscale cos’è?

La cosa importante, quando acquisti un servizio di consulenza tributaria è innanzitutto capire cosa ti serve.

Che tipo di azienda hai? Hai una ditta individuale, una società di persone oppure una società di capitali?

Produci beni o rendi servizi?

Che fatturato ha la tua azienda?

In che tipo di businness è specializzata la tua azienda?

La tua azienda opera nel mercato internazionale?

Hai in azienda del personale dedicato agli adempimenti fiscali e tributari?

Facciamo queste domande perché il consulente tributario (dottore commercialista o avvocato tributaristadeve essere scelto sulla base di tutta una serie di considerazioni e di specificità: scegliere i consulenti fiscali non è semplice!

Se, ad esempio, la tua azienda opera prevalentemente nel mercato nazionale ed ha un fatturato non molto elevato, dovrai scegliere un consulente a 360 gradi che segua la tua azienda sia sotto l’aspetto degli adempimenti dichiarativi sia sotto l’aspetto più della consulenza fiscale e tributaria.

Se, invece, hai più società – con un fatturato importante che magari operano nel mercato internazionale e che effettuano esportazioni in tutto il mondo – hai probabilmente bisogno di un consulente fiscale o di un avvocato tributarista che sia maggiormente specializzato in materia di IVA e dogane.

Fatta questa precisazione, ti spieghiamo adesso quanti tipi di consulenza tributaria esistono.

2. Consulenza amministrativa fiscale e tributaria a carattere continuativo

La consulenza fiscale e tributaria a carattere continuativo riguarda principalmente gli adempimenti di natura contabile e fiscale (dichiarazione dei redditi, dichiarazione IVA, fatturazione elettronica, etc). Si tratta della tipologia di consulenza più diffusa in Italia, il cui tessuto imprenditoriale è prevalentemente costituito da PMI.

Questo tipo di consulenza, correlata all’attività di chiusura dei bilanci, è svolta dal dottore commercialista.

Vi è una seconda tipologia di consulenza fiscale a carattere continuativo – la cosiddetta consulenza day by day – necessaria a quelle società che hanno già del personale in azienda che cura gli adempimenti fiscali. Questo tipo di consulenza ha l’obiettivo di dare supporto al personale in azienda dedicato agli adempimenti di carattere fiscale.

Il consulente fiscale cosa fa?

Il consulente fiscale – avvocato tributarista o dottore commercialista – aiuta le aziende a trovare la migliore soluzione sotto il profilo fiscale e tributario.

3. Consulenza fiscale straordinaria

La consulenza tributaria a carattere straordinario è, invece, un tipo di consulenza di cui non si ha bisogno in via continuativa ma soltanto in determinati momenti durante la vita dell’impresa. Vediamo di cosa si tratta.

  • Consulenza nel contenzioso tributario: è un tipo di assistenza e di consulenza – svolta da avvocati fiscalisti e dottori commercialisti – necessaria quando l’Agenzia delle Entrate ti notifica un avviso di accertamento, chiedendoti maggiori imposte, sanzioni e interessi.
  • Consulenza nella fase delle verifiche fiscali: è un tipo di consulenza fiscale e tributaria di cui si ha bisogno quando l’Amministrazione Finanziaria o la Guardia di Finanza effettuano una verifica fiscale in azienda.
  • Consulenza in materia di M&A e riorganizzazioni societarie: è un tipo di consulenza tributaria volta alla pianificazione e alla realizzazione di operazioni di riorganizzazione societaria nazionali e transfrontaliere quali fusioni, scissioni, acquisizioni, trasferimenti di residenza ed altre operazioni straordinarie.
  • Consulenza fiscale internazionale: è un tipo di consulenza di cui hanno bisogno imprese molto strutturate, e con fatturati molto importanti, che operano nel mercato internazionale attraverso delle stabili organizzazioni per operare una corretta pianificazione fiscale internazionale.

4. Conclusioni

Abbiamo cercato di spiegare in poche parole cos’è la consulenza fiscale e tributaria.

Si tratta di una suddivisione davvero molto semplicistica, ma che già può dare un’idea di base da cui partire per scegliere il giusto consulente.

La verità è che per ogni esigenza ogni studio legale tributario ha la sua specificità: le consulenze fiscali vanno quindi scelte con cura.

Il presente articolo ha uno scopo puramente informativo e divulgativo.

Le considerazioni in esso espresse non necessariamente si rendono applicabili al tuo caso concreto.

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La residenza fiscale delle persone fisiche

Residenza fiscale e domicilio, iscrizione AIRE e trasferimento in Stati a fiscalità privilegiata!

Se hai la residenza fiscale all’estero oppure hai intenzione di rientrare in Italia usufruendo delle agevolazioni fiscali previste per il rientro dei cervelli, ti consigliamo di leggere questo articolo.

1. Normativa residenza fiscale delle persone fisiche

Il concetto di residenza fiscale delle persone fisiche è disciplinato dall’articolo 2, comma 2, del TUIR. La disciplina è poi contenuta:

  • nella legge 24 dicembre 1954, n. 1228 e nel D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223, per quanto riguarda l’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente, e
  • nella legge 27 ottobre 1988, n. 470 e nel D.P.R. 6 settembre 1989, n. 323, per quanto riguarda poi la disciplina dell’iscrizione all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE).

2. Residenza fiscale definizione

La prima cosa che occorre evidenziare è che la definizione di residenza fiscale delle persone fisiche è più ampia rispetto alla nozione di residenza civilistica.

La residenza ai sensi del codice civile rappresenta solo una delle tre ipotesi sulla base delle quali una persona fisica è considerata fiscalmente residente in Italia.

Sono infatti fiscalmente residenti in Italia le persone che per la maggior parte del periodo di imposta:

  • sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente;
  • hanno il domicilio ai sensi del codice civile nel territorio dello Stato;
  • hanno la residenza ai sensi del codice civile nel territorio dello Stato.

Le tre casistiche sono alternative tra di loro, questo significa che una persona fisica ha la residenza fiscale in Italia se si trova anche in una sola di esse.

Cosa succede se una persona fisica ha la residenza fiscale in Italia? In tal caso, il residente fiscale sarà tassato in Italia ai fini delle imposte sui redditi ovunque prodotti (sia in Italia che all’estero).

3. L’iscrizione all’Anagrafe della popolazione residente

Il primo criterio utile per individuare la residenza ai fini fiscali in Italia di una persona fisica è rappresentato dal requisito dell’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente.

Per iscriversi all’anagrafe è necessario:

  • avere la propria dimora abituale in un Comune situato nel territorio dello Stato italiano;
  • aver stabilito in un Comune italiano il proprio domicilio.

L’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni, ovvero 184 in caso di anni bisestili) – a seguito di elezione di domicilio o di residenza – comporta la residenza fiscale in Italia (cfr. la sentenza della Corte di Cassazione n. 21970 del 28 ottobre 2015).

Va evidenziato che le persone che hanno una dimora all’estero in via temporanea (lavori stagionali o per ragioni di tempo limitate) non cessano di appartenere alla popolazione residente.

4. Trasferimento della residenza fiscale all’estero

Il trasferimento della residenza fiscale all’estero di una persona fisica è subordinato all’applicazione sia della disciplina in materia di anagrafe sia della disciplina in materia di AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero). Tale disciplina non si applica se il soggetto:

  • va all’estero per cause di durata limitata non superiore a dodici mesi;
  • va all’estero per un’occupazione stagionale;
  • è un dipendente di ruolo dello Stato in servizio all’estero, secondo i criteri delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

Negli altri casi, i soggetti – iscritti all’anagrafe della popolazione residente – che vogliano trasferire la residenza fiscale all’estero devono darne notizia al Comune italiano in cui si è avuta l’ultima residenza.

La cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente – con relativa iscrizione all’AIRE per un periodo superiore a 183 giorni (184 in caso di anno bisestile) – non è infatti sufficiente ad escludere che un soggetto sia fiscalmente residente in Italia.

Occorre infatti verificare se (nonostante l’iscrizione all’AIRE) il soggetto abbia comunque mantenuto in un determinato luogo in Italia la propria dimora abituale ovvero il centro principale dei propri affari o interessi. Tali elementi possono essere infatti desunti con mezzi di prova anche in contrasto con le risultanze dei registri anagrafici. L’accertamento della qualità di soggetto fiscalmente residente in Italia si desume da una valutazione complessiva degli atti o fatti riferibili al soggetto come:

  • l’assunzione di cariche societarie;
  • la partecipazione a riunioni d’affari;
  • l’iscrizione a circoli;
  • i legami familiari e affettivi;
  • gli interessi economici;
  • l’intenzione a far rientrare in Italia proventi conseguiti all’estero;
  • l’intenzione di abitare in Italia, desunta da atti o fatti concludenti, comprese le pubbliche dichiarazioni.

Al riguardo, è importante notare che il contribuente – qualora abbia trasferito la residenza fiscale all’estero – ha comunque la possibilità di richiedere a tale stato il certificato di residenza fiscale, al fine di dimostrare l’effettiva permanenza al di fuori dello Stato italiano.

5. La differenza tra residenza e domicilio ai fini fiscali

La differenza tra residenza e domicilio fiscale è di particolare importanza perché consente di valutare quando:

  • un soggetto anagraficamente non residente in Italia lo è invece dal punto di vista fiscale;
  • un cittadino italiano iscritto all’AIRE può essere considerato un soggetto fiscalmente residente in uno Stato estero.

La residenza è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. Ciò che occorre verificare non è solo l’elemento obiettivo della permanenza del soggetto in tale luogo, ma anche l’intenzione di abitarvi stabilmente, il che si desume desumibile dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle relazioni sociali.

Il domicilio è il luogo in cui un determinato soggetto ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi. La corretta individuazione del domicilio fiscale non dipende dalla presenza fisica di un determinato soggetto ma richiede una valutazione di una serie di elementi di natura patrimoniale, economica, e familiare.

Si tratta di un concetto molto ampio che necessita di un corretto bilanciamento, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo, fra la rilevanza dei diversi luoghi in cui sono dislocati gli interessi economici, professionali e familiari di un determinato soggetto.

Domicilio fiscale e residenza fiscale sono, quindi, due concetti diversi ma che servono ad identificare quando una persona fisica può considerarsi fiscalmente residente in Italia e quindi un soggetto passivo.

6. Presunzione di residenza fiscale in Italia e inversione dell’onere della prova

Al fine di contrastare l’evasione fiscale – attuata da una persona fisica mediante lo strumentale trasferimento della residenza fiscale in altri paesi – l’articolo 2 del TUIR, il comma 2-bis impone ai cittadini italiani cancellati dall’anagrafe della popolazione residente trasferitisi in Stati aventi un regime fiscale agevolato l’onere di dimostrare di non essere più fiscalmente residenti in Italia.

L’Agenzia delle Entrate può quindi notificare a una persona fisica un avviso di accertamento e contestare il trasferimento della residenza in un Paese estero a fiscalità privilegiata, senza dover dimostrare alcunché: è il contribuente che deve dare dimostrazione che il trasferimento nello Stato estero avente un regime fiscale privilegiato non è avvenuto per ragioni di natura di risparmio fiscale.

Per individuare i Paesi o territori aventi un regime fiscale privilegiato occorre visionare il decreto ministeriale 4 maggio 1999 è stato stilato e condiviso che contiene l’elenco dei “paradisi fiscali” (c.d. “Paesi Black list”).

Il presente articolo ha uno scopo puramente informativo e divulgativo.

Le considerazioni in esso espresse non necessariamente si rendono applicabili al tuo caso concreto.

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Rientro dei cervelli: profili fiscali

Il regime fiscale agevolato applicabile ai lavoratori impatriati.

Nel nostro ordinamento, al fine di favorire il rientro dei cervelli, è stato introdotto l’articolo 16 del D. Lgs. n. 147 del 2015 (decreto crescita): si tratta del cosiddetto regime agevolato dei lavoratori impatriati.

Con la suddetta disposizione normativa è stato in sostanza introdotto un regime di tassazione agevolata dei redditi prodotti in Italia per i lavoratori impatriati che trasferiscono la residenza fiscale nel territorio italiano e che si impegnano a risiedervi per almeno due periodi di imposta.

Con il presente articolo descriviamo la normativa oggi vigente, tenendo conto di tutte le modifiche normative che si sono succedute dal 2016 – anno di entrata in vigore del regime agevolativo – ad oggi.

1. Rientro dei cervelli: i requisiti

L’agevolazione fiscale prevista per il rientro dei cervelli dall’articolo 16, comma 1, del D.lgs. n. 147 del 2015, trova applicazione in presenza dei sotto riportati requisiti. In particolare, il lavoratore:

  • non deve essere stato residente fiscalmente in Italia nei due periodi di imposta precedenti rispetto a quello in cui viene effettuato il trasferimento sul territorio dello Stato;
  • deve impegnarsi a risiedere in Italia per almeno 24 mesi dal trasferimento;
  • deve prestare attività lavorativa prevalentemente in Italia, per un periodo cioè superiore a 183 giorni nell’arco dell’anno solare.

Si rammenta che, sulla base dell’articolo 2 del TUIR, sono considerate fiscalmente residenti in Italia le persone fisiche che, per almeno 183 giorni (o 184 giorni nell’ipotesi di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio detto Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. Sulla base dell’articolo 2 del TUIR, si tratta di condizioni tra di loro alternative.

Le norme non specificano il periodo minimo di residenza all’estero necessario al fine di poter accedere al regime agevolativo. Sul punto, l’Agenzia delle Entrate – con la risoluzione n. 51/E del 2018 – ha chiarito che il periodo di residenza all’estero deve essere di almeno 2 anni. In realtà, si tratta di una interpretazione molto penalizzante -che non è contenuta nelle norme – perché esclude l’applicazione del regime agevolato a chi è stato fuori Italia per meno di 24 mesi e intende rientrare.

L’agevolazione si applica altresì a quei cittadini dell’Unione europea con cui l’Italia ha stipulato una Convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni che:

  • abbiano conseguito una laurea o una specializzazione post laurea;
  • siano in possesso di un titolo di laurea e abbiano svolto un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa nei precedenti due anni.

2. Rientro dei cervelli anche senza iscrizione all’AIRE

L’applicazione della disciplina fiscale sul rientro dei cervelli non è necessariamente collegata all’iscrizione all’AIRE.

Sulla base del comma 5-ter dell’articolo 16 del D.lgs. n. 147 del 2015 possono infatti usufruire del regime agevolativo dei lavoratori impatriati anche quei soggetti che, pur avendo avuto la loro dimora abituale per oltre 24 mesi all’estero, non sono stati iscritti all’AIRE.

Al riguardo la norma richiede all’impatriato che intende trasferire la residenza fiscale in Italia di dimostrare la propria residenza fiscale all’estero sulla base della disciplina contenuta nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni.

3. Rientro dei cervelli: i requisiti oggettivi

Quali sono i requisiti oggettivi per applicare la disciplina del rientro dei cervelli?

Rientrano nel campo di applicazione del regime agevolato dei lavoratori impatriati quei soggetti che producono:

  • redditi di lavoro dipendente o assimilati;
  • redditi di lavoro autonomo
  • redditi di impresa di impresa.

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 33/E del 2020, ha chiarito che il regime agevolato spetta a coloro i quali abbiano attivato un’attività d’impresa in Italia a partire dal 1° gennaio 2020.

Ad avviso dell’Agenzia delle Entrate, non rientrano nel campo di applicazione di tale disciplina i redditi:

  • delle società di persone ai sensi dell’articolo 5 del TUIR;
  • delle società a ristretta base azionaria.

Il regime dei lavoratori impatriati è, ad avviso dell’Agenzia delle Entrate, incompatibile con il regime forfettario.

L’Agenzia delle entrate, inoltre, con la circolare n. 33/E/2020, ha espressamente riconosciuto che le remunerazioni sono forma di bonus annuale sono agevolabili in quanto rientrano nella categoria dei redditi di lavoro dipendente.

4. Rientro dei cervelli: la misura, la durata e l’ambito temporale dell’agevolazione fiscale

La misura agevolativa applicabile ai lavoratori impatriati prevede la tassazione del reddito complessivo prodotto in Italia nella misura del 30 per cento.

Per coloro i quali trasferiscono la residenza in alcune regioni (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia) la tassazione del reddito complessivo è pari al 10 per cento (articolo 16,comma 5-bis, D. Lgs. 147 del 2015).

Il regime degli impatriati può essere invocato a decorrere dal periodo di imposta in cui i lavoratori trasferiscano in Italia la loro residenza fiscale e per i successivi quattro periodi di imposta.

L’agevolazione fiscale può essere applicata per altri 5 periodi di imposta, con tassazione del reddito imponibile al 50 per cento reddito, nel caso in cui il lavoratore impatriato abbia:

  • abbia almeno un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo, ovvero
  • diventi proprietario di un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento nel nostro Stato o nei 12 mesi precedenti al trasferimento.

La percentuale di tassazione dei redditi agevolabili prodotti nel territorio dello Stato si riduce al 10 per cento se negli ulteriori 5 periodi di imposta se il lavoratore impatriato ha almeno tre figli minorenni o a carico.

5. Rientro dei cervelli: gli sportivi professionisti

La disciplina applicabile per il rientro dei cervelli trova delle limitazioni in relazione agli sportivi professionisti.

Il reddito di tali soggetti concorre infatti alla formazione del reddito complessivo nella misura del 50 per cento, in luogo della percentuale del 30 per cento prevista per i lavoratori impatriati.

Non trova altresì applicazione della riduzione al 10 per cento del reddito imponibile in caso di trasferimento nelle regioni del Mezzogiorno e in presenza di 3 figli minorenni a carico.

È altresì previsto in caso di esercizio dell’opzione il versamento annuale di un contributo pari allo 0,5 per cento del reddito imponibile.

6. Rientro dei cervelli: le modalità di fruizione dell’agevolazione

Al fine di beneficiare del regime di favore previsto per il rientro dei cervelliil soggetto deve presentare una comunicazione scritta al proprio datore di lavoro.

Il datore di lavoro è tenuto ad applicare l’agevolazione a partire dalla busta paga successiva rispetto a quella in cui viene effettuata la comunicazione. In caso contrario, il lavoratore impatriato può fruire dell’agevolazione nella dichiarazione dei redditi.

I  lavoratori autonomi possono accedere al regime fiscale agevolato direttamente in sede di dichiarazione annuale.

7. Rientro dei cervelli e legge di bilancio 2021

Coloro i quali sono rientrati in Italia prima del 30 aprile 2019, se in possesso di tutti i requisiti previsti, possono usufruire del vecchio regime applicabile del rientro dei cervelli che prevede una detassazione dei redditi agevolabili pari al 50 per cento.

L’agevolazione fiscale inizialmente poteva essere applicata ai lavoratori impatriati a partire dal periodo di imposta in cui veniva trasferita la residenza fiscale e per i quattro successivi. In sostanza, non era possibile usufruire dell’estensione della tassazione agevolata per il quinquennio successivo.

A seguito della disciplina introdotta dall’articolo 1, comma 50, della legge n. 178 del 2020, l’estensione dell’agevolazione si rende applicabile anche a quei soggetti che hanno usufruito del vecchio regime dei lavoratori impatriati, a condizione che tali soggetti:

  • siano stati iscritti all’AIRE o siano in alternativa cittadini Unione Europea;
  • abbiano trasferito la residenza fiscale nel territorio dello Stato del 2020;
  • alla data del 31 dicembre 2019 usufruivano del vecchio regime agevolativo dei lavoratori impatriati;
  • abbiano almeno un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo;
  • siano diventati proprietari di almeno un immobile di tipo residenziale in Italia.

Al fine di poter applicare l’estensione dell’agevolazione, tali soggetti devono versare un importo pari al 5 o al 10 per cento dei redditi di lavoro dipendente o di lavoro autonomo prodotti in Italia.

Le istruzioni per l’estensione dell’agevolazione prevista per il rientro dei cervelli sono contenute nel provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 3 marzo 2021, n. 60353.

Il presente articolo ha uno scopo puramente informativo e divulgativo.

Le considerazioni in esso espresse non necessariamente si rendono applicabili al tuo caso concreto.

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